Cos’è un olotipo?

Nella tassonomia zoologica e botanica, un olotipo (“holotype” in inglese) è l’esemplare su cui si basa la descrizione originale di una specie, o di un taxon infraspecifico. È il campione a cui resta legato per sempre il nome della specie, e deve essere depositato in un museo o in un’altra istituzione scientifica.

A cosa serve l’olotipo

L’olotipo è importante perché fornisce la base per la descrizione e l’identificazione di una specie. Quando sorgono dubbi su un nome, ad esempio perché due specie sono state confuse o perché una specie si rivela un insieme di specie diverse, si torna all’olotipo: i suoi caratteri morfologici, anatomici e, quando possibile, genetici permettono di stabilire a quale specie spetta quel nome.

Va chiarito un equivoco frequente: l’olotipo non è necessariamente l’esemplare più “tipico” o più bello della specie. È semplicemente l’esemplare che fissa il nome, una sorta di campione di riferimento, come il metro campione conservato a Parigi lo era per le misure di lunghezza.

Olotipo, paratipo, lectotipo: i tipi nomenclaturali

L’olotipo viene indicato nella descrizione originale della specie. L’autore della descrizione può scegliere di designare un olotipo specifico, oppure può indicare che la specie è rappresentata da una serie di esemplari, senza sceglierne uno: in tal caso tutti gli esemplari della serie sono sintipi. Oltre all’olotipo, esistono quindi altri tipi nomenclaturali:

  • Paratipo: è ciascuno degli altri esemplari della serie utilizzata per descrivere la specie, quando l’autore ha designato un olotipo.
  • Sintipo: è ciascun esemplare di una serie utilizzata per descrivere una specie senza che sia stato designato un olotipo. Era una pratica comune nelle descrizioni più antiche.
  • Lectotipo: è un sintipo scelto successivamente, da un altro studioso, come campione unico della specie; gli altri esemplari della serie diventano paralectotipi.
  • Neotipo: è l’esemplare che viene designato come riferimento quando quelli originali (olotipo, sintipi o lectotipo) sono andati perduti e un nuovo riferimento è necessario per risolvere un problema di identificazione.

Le regole per la designazione e l’uso degli olotipi e degli altri tipi nomenclaturali, per gli animali, sono stabilite dal Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica (ICZN). Per le specie descritte dopo il 1999 il Codice richiede che l’autore indichi esplicitamente il tipo e la collezione in cui è conservato.

L’olotipo nelle conchiglie

Nel caso delle conchiglie, l’olotipo è solitamente un esemplare completo e ben conservato. In alcuni casi, può essere anche un frammento di conchiglia, se questo è sufficiente a mostrare i caratteri distintivi della specie.

Per molte specie descritte nel Settecento e nell’Ottocento non esiste un olotipo, perché gli autori di allora lavoravano su serie di esemplari: è il caso di gran parte delle specie descritte da Linneo, i cui tipi sono conservati soprattutto presso la Linnean Society di Londra. Per le specie mediterranee una raccolta di riferimento fondamentale è la collezione del marchese di Monterosato, conservata al Museo Civico di Zoologia di Roma.

Anche un collezionista privato può incontrare dei tipi: a volte i paratipi vengono ceduti o scambiati, e capita di trovarli in vendita. Un esemplare indicato come paratipo ha valore solo se accompagnato dal riferimento alla pubblicazione in cui la specie è stata descritta. È un altro esempio di quanto conti il cartellino: senza i dati che lo accompagnano, un esemplare perde gran parte del suo valore scientifico. Per approfondire le regole con cui si dà un nome alle specie, si veda la pagina sistematica e tassonomia.

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