Per pulire una conchiglia trovata in spiaggia bastano quasi sempre acqua dolce, uno spazzolino morbido e un po’ di pazienza. I prodotti aggressivi, a partire dall’aceto, rischiano di rovinarla invece di pulirla. Vediamo quindi i metodi più adatti, il perché di ciascuno e gli errori da evitare.
Prima di tutto: da dove viene la conchiglia?
In Italia la raccolta di conchiglie in spiaggia non è sempre consentita: è vietata in Sardegna, nelle Aree Marine Protette e per le specie protette, come la nacchera (Pinna nobilis), e il Codice della Navigazione sanziona il prelievo di materiali dal demanio marittimo. Dove non è espressamente vietata, un collezionista consapevole raccoglie solo gusci vuoti, al massimo 4-5 esemplari per specie e per località, e scrive subito il cartellino con i dati del ritrovamento. Ne parlo in dettaglio nella pagina come procurarsi le conchiglie.
Le indicazioni che seguono valgono per questi esemplari, per quelli ottenuti in scambio o in pescheria e per le conchiglie che molti di noi hanno già in casa, magari da vecchie vacanze.
Come lavare le conchiglie di mare
Le conchiglie vuote spiaggiate sono le più semplici da trattare: spesso il mare le ha già pulite. Il primo passo è sempre lo stesso.
- Ammollo in acqua dolce per uno o due giorni, cambiando l’acqua un paio di volte. Serve a sciogliere il sale: se resta nella conchiglia, asciugando cristallizza e col tempo la rende opaca e fragile.
- Spazzolatura delicata con uno spazzolino morbido, acqua tiepida e un po’ di sapone neutro, per togliere sabbia e alghe.
- Risciacquo abbondante e asciugatura all’ombra, mai al sole diretto: la luce sbiadisce i colori, e il calore improvviso può creparle.
Per molte conchiglie il lavoro finisce qui. Gli altri trattamenti vanno usati solo se servono, e sempre partendo dal più delicato.
Come togliere il cattivo odore
Una conchiglia che puzza contiene ancora resti del mollusco o materiale organico rimasto nelle spire. Il cattivo odore non si copre con profumi: si toglie eliminandone la causa.
- Si prolunga l’ammollo in acqua dolce, cambiandola ogni giorno, e si risciacqua l’interno con un getto d’acqua forte.
- Se l’odore resta, si versa nell’apertura un po’ di acqua ossigenata e la si lascia agire qualche ora: l’effervescenza scioglie e porta in superficie i residui organici.
- Come ultima risorsa si può usare la candeggina molto diluita, con le precauzioni descritte più sotto.
Bicarbonato, aceto, candeggina: cosa usare e cosa evitare
Per scegliere bene bisogna sapere di cosa sono fatte le conchiglie: soprattutto di carbonato di calcio, lo stesso minerale del calcare, tenuto insieme da una piccola parte di proteine. Molte sono rivestite anche dal periostraco, un sottile strato organico esterno.
- Aceto e acido muriatico: da evitare. Sono acidi e sciolgono il carbonato di calcio: le bollicine che si vedono immergendo una conchiglia nell’aceto sono anidride carbonica, cioè la conchiglia che si sta sciogliendo. La superficie diventa opaca e ruvida, gli spigoli e le sculture più fini si consumano. Il danno è irreversibile.
- Bicarbonato: sì, con moderazione. Non è acido e non attacca la conchiglia. Una pasta di bicarbonato e acqua, passata con lo spazzolino, funziona come un abrasivo leggero per lo sporco superficiale. Meglio evitarlo sulle conchiglie lucide come le cipree, che si righerebbero.
- Candeggina: utile, ma diluita e per poco tempo. Non scioglie il carbonato di calcio, ma ossida la materia organica: elimina residui, alghe e odori, e toglie anche il periostraco. Va usata molto diluita in acqua, controllando spesso e senza superare qualche ora. Un ammollo troppo lungo sbiadisce i colori e rende la superficie gessosa. Dopo il trattamento è bene lasciare la conchiglia un giorno in acqua dolce per eliminare ogni residuo.
Sul periostraco il mio consiglio è di non rimuoverlo, almeno dal primo esemplare di ogni specie: fa parte della conchiglia e ha valore scientifico. Poiché spesso copre del tutto i colori, si può decidere di toglierlo per motivi estetici. In collezione conviene allora tenere due esemplari: uno con il periostraco e uno decorticato.
Come togliere incrostazioni e calcare
Le incrostazioni bianche e dure sono spesso resti di altri organismi che vivevano sulla conchiglia: tubi di vermi marini, colonie di briozoi, piccole alghe calcaree. Sono fatte dello stesso materiale della conchiglia. Per questo sconsiglio gli acidi e qualsiasi anticalcare: scioglierebbero insieme incrostazione e conchiglia.
Suggerisco invece di tenere la conchiglia immersa in una soluzione di candeggina diluita con acqua, in modo che ammorbidisca la parte organica delle incrostazioni. A questo punto, armati di pazienza, di aghi, spazzolini o altri strumenti (sono perfetti quelli per dentisti), si prova a far saltare via, un poco alla volta, le parti incrostanti, avendo cura di risciacquare spesso la conchiglia. Una conchiglia con qualche incrostazione è comunque meglio di una conchiglia rovinata dal tentativo di renderla perfetta.
Come lucidare le conchiglie: olio minerale o di mandorle?
Molte conchiglie, una volta asciutte, appaiono più spente di quando erano bagnate. Per ridare brillantezza ai colori si può passare un sottile velo di olio di vaselina (cioè olio minerale) o di olio ai siliconi: basta una goccia su un panno morbido, togliendo poi l’eccesso. Questo trattamento, però, è sconsigliato per le collezioni scientifiche: l’olio trattiene la polvere, altera l’aspetto naturale della superficie e può rendere più difficile l’osservazione dei dettagli utili all’identificazione. Va riservato, quindi, solo agli esemplari destinati a essere esposti, e annotato sul cartellino.
Se proprio si vuole lucidare una conchiglia, meglio comunque l’olio minerale: l’olio di mandorle e gli altri oli vegetali danno lo stesso effetto immediato, ma col tempo irrancidiscono, ingialliscono e diventano appiccicosi. Da evitare del tutto, infine, smalti trasparenti, vernici e lacche: danno un effetto plastificato, alterano i colori naturali e non si possono più togliere.
Come conservare le conchiglie in casa
Una volta pulite e asciutte, le conchiglie vanno riposte in un luogo fresco e asciutto, al riparo dalla polvere e soprattutto dalla luce: il sole, anche quello che entra da una finestra, ne sbiadisce i colori in pochi mesi. Meglio quindi evitare davanzali e mensole esposte, e preferire scatolette con il coperchio trasparente o, per le più piccole, barattoli di vetro chiusi, lontani da fonti di calore e di umidità come bagni e cucine.
È meglio non trattarle con oli o lucidanti, che trattengono la polvere. Se si vuole esporne qualcuna, conviene farlo a rotazione, lasciando le altre al buio. E se un giorno le conchiglie delle vacanze dovessero diventare una vera collezione, nella pagina catalogare una collezione di conchiglie spiego come compilare i cartellini, quali scatole e mobili usare e come evitare i danni che il tempo può fare anche alle conchiglie meglio conservate.
Vuoi conservarle come in un museo? Nella guida gratuita spiego come catalogare ogni esemplare, compilare il cartellino e organizzare una collezione che duri nel tempo.
Esemplari vivi: perché è meglio non raccoglierli
Le conchiglie con il mollusco vivo all’interno non vanno raccolte. Per un collezionista che ama la natura, una collezione di gusci vuoti ben documentati ha lo stesso valore e nessun costo per il mare. La raccolta di esemplari vivi ha senso solo per la ricerca scientifica, in piccolissime quantità e con le autorizzazioni previste.
Può capitare però di trovare un mollusco morto da poco ancora dentro la conchiglia, o di ricevere esemplari raccolti in passato con i resti dell’animale. In questi casi si procede così.
Per i bivalvi l’operazione è relativamente semplice: si aprono delicatamente le valve infilando tra esse una lama sottile e si tagliano i muscoli adduttori, uno anteriore e uno posteriore, vicino alla cerniera. Bisogna fare attenzione a non rompere i margini delle valve né il legamento che le unisce. Si eliminano poi le parti molli, si lava la conchiglia con acqua e la si lascia asciugare a valve chiuse.
Per i gasteropodi serve più esperienza. Si può immergere la conchiglia in alcool per qualche giorno e poi provare a sollevare l’opercolo, oppure congelare e scongelare più volte l’esemplare per far rilasciare i tessuti. Nessuno di questi metodi funziona sempre. Si tenta poi di estrarre il corpo prendendolo per un lembo del piede con un paio di pinzette o un oggetto ricurvo, tirando delicatamente per non lacerarlo. Se parte del corpo resta all’interno, si cerca di farla affiorare con un forte getto d’acqua nell’apertura; se rimangono ancora dei resti, si versa nell’apertura un po’ di acqua ossigenata e la si lascia agire.
Infine, se presente, l’opercolo va pulito con cura e conservato insieme alla conchiglia: come sistemarlo è spiegato nella pagina catalogare una collezione di conchiglie.